Dichiarazione di voto
Data: 
Giovedì, 12 Febbraio, 2026
Nome: 
Toni Ricciardi

A.C. 1895-A

 

Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, quando ricordiamo l'Arandora Star, non possiamo limitarci a una commemorazione formale, non possiamo pronunciare parole di circostanza e poi voltare pagina, perché il 2 luglio del 1940 non rappresenta solo una tragedia del mare, rappresenta il fallimento della politica quando cede alla paura, alla semplificazione, alla logica della colpa collettiva. L'Arandora Star era un transatlantico britannico, adibito a nave da crociera, requisito allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

In quel tragico 2 luglio del 1940, a bordo erano stipate oltre 1.500 persone, il triplo del carico ordinario; tra di esse, 478 prigionieri tedeschi e austriaci, 174 membri dell'equipaggio, 200 soldati britannici e ben 712 italiani residenti nel Regno Unito. Molti di quegli italiani non erano fascisti, non erano militari, non erano sovversivi, erano semplicemente emigranti: ristoratori, musicisti, minatori, commercianti, uomini che avevano costruito con fatica la propria esistenza in un Paese che ormai ritenevano casa.

Nel 1940, in Gran Bretagna vivevano oltre 20.000 italiani, provenienti prevalentemente da quei luoghi che hanno caratterizzato l'emigrazione italiana di quel tempo, dalla provincia italiana: dall'Appennino tosco-emiliano, dalla Ciociaria, dalla Lombardia, dal Piemonte. Avevano lasciato il loro Paese per sfuggire alla povertà e alla fame in cui versava l'Italia dopo l'unificazione del Regno. Giunti in Inghilterra, in Scozia, nel Galles, si erano rifatti una vita, cominciando dai mestieri più umili - suonatori di organetto, gelatai, friggitori ambulanti -, per poi divenire ristoratori e commercianti apprezzati.

Con l'entrata in guerra dell'Italia il 10 giugno del 1940, furono improvvisamente classificati come sudditi di una potenza nemica. In poche settimane 4.000 uomini, compresi tra i 15 e i 70 anni, furono arrestati e internati per il semplice fatto di essere italiani. L'internamento indiscriminato di civili sulla base della nazionalità fu una scelta politica, non un destino inevitabile, ma una decisione.

La nave partì verso il Canada senza adeguata scorta militare e senza bandiera della Croce rossa internazionale, come previsto dalla Convenzione di Ginevra, in quelle che erano ormai divenute delle acque, quelle dell'Atlantico, molto pericolose e soggette alla guerra sottomarina. Il 2 luglio del 1940 fu silurata dal sommergibile tedesco U-47, badate bene, colleghi, con l'ultimo siluro a disposizione. In circa mezz'ora, la nave affondò.

I morti furono più di 800, di questi 446 italiani, in gran parte provenienti dalle province di Parma, Lucca, Piacenza, Massa-Carrara e Frosinone. Il comune più colpito fu quello di Bardi, in provincia di Parma, con 48 morti, al quale, probabilmente, noi oggi dobbiamo un grazie per aver conservato, con strenua convinzione e fatica, questa memoria. E un grazie anche ai familiari, ai quali si è rivolto, in occasione dell'ottantesimo anniversario, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ancora una volta, come nella storia della grande traiettoria dell'emigrazione italiana, il maggior numero di vittime spettò proprio a noi, come a Monongah e Dawson negli Stati Uniti agli inizi del Novecento, così come a Izourt sui Pirenei francesi, così come a Marcinelle e Mattmark.

Onorevoli colleghi, se vogliamo essere fino in fondo onesti con la storia, non possiamo fermarci alle responsabilità britanniche e alle scelte prese dal Governo di Winston Churchill, dobbiamo avere il coraggio di guardare anche alle responsabilità italiane. La scelta del 10 giugno 1940 di Benito Mussolini di dichiarare guerra alla Francia e al Regno Unito non fu una scelta inevitabile, fu una scelta politica, presa nella convinzione opportunistica che la Germania nazista fosse prossima alla vittoria. Fu una guerra dichiarata senza un reale dibattito pubblico, senza un Parlamento libero, senza una stampa indipendente. Fu la decisione di una dittatura. Quella scelta trasformò centinaia di migliaia di italiani nel mondo, che da decenni erano emigrati, in sudditi di una potenza nemica.

Gli emigranti del Regno Unito pagarono il prezzo di una guerra che non avevano deciso. Il regime aveva costruito una retorica aggressiva e militaristica. Nel 1938 aveva siglato e firmato le leggi razziali, scegliendo la via della discriminazione istituzionalizzata. Sul piano internazionale, aveva isolato il Paese, ma, nel frattempo, aveva adottato la politica della fascistizzazione delle masse emigrate.

Sorsero in tutto il mondo le case del fascio e il cosiddetto club del fascio di Londra rappresentava all'epoca la manifestazione di potenza esterna.

Tutto questo, colleghe e colleghi, contribuì ovviamente a creare un clima di xenofobia e di paura, perché diventava difficile la distinzione tra popolo e regime agli occhi delle altre nazioni. Ed è bene dircelo: se il regime fascista non avesse dichiarato guerra, quegli italiani non sarebbero stati mai classificati come nemici, né arrestati in massa, né imbarcati su una nave diretta verso il Canada. La catena casuale parte dalla decisione politica. Questo non assolve chi organizzò il trasporto senza adeguate tutele, ma stabilisce un punto fermo. L'Arandora Star è anche frutto di una guerra voluta da una dittatura.

Onorevoli colleghi, fare memoria significa sottrarsi alle semplificazioni. Non possiamo utilizzare questa tragedia solo per colpevolizzare altri. Sarebbe una memoria parziale, e una memoria parziale è una memoria fragile. La Repubblica italiana nasce dalla sconfitta del fascismo, la nostra Costituzione è costruita proprio per evitare che decisioni di tale portata possano esser prese senza controllo democratico, è figlia dell'esperienza di una guerra voluta, senza libertà e pagata da milioni di persone dentro e soprattutto fuori dai confini nazionali.

E allora quando ricordiamo l'Arandora Star, ricordiamo due lezioni. La prima: nessuna democrazia deve cedere mai alla tentazione della colpa collettiva. I diritti non possono essere sospesi in blocco per una mera appartenenza nazionale. Seconda lezione, Presidente: nessun Paese è al riparo dalle conseguenze delle proprie scelte autoritarie. Quando si abolisce il controllo democratico, quando si concentra il potere, quando si imbocca la strada dell'aggressione e dell'alleanza con regimi totalitari, dittatoriali, le conseguenze non restano confinate nei palazzi del potere ma ricadono sui cittadini, anche su quelli più lontani, anche su quelli innocenti, come le vittime dell'Arandora Star. L'Arandora Star è il punto di incrocio tra paura e dittatura, tra guerra e sospetto, tra decisioni politiche e vite individuali spezzate.

Se vogliamo davvero onorare quelle vittime, dobbiamo affermare con chiarezza che la democrazia non è un dettaglio formale, ma una garanzia sostanziale; che la pace è un principio costituzionale nato dall'esperienza della catastrofe e che la responsabilità politica esiste e non può essere diluita nel fatalismo della storia. Una democrazia è forte quando distingue, quando tutela, quando non cede alle generalizzazioni. Una Repubblica è credibile quando sa riconoscere anche le proprie ombre storiche. Questo è il senso pieno della memoria dell'Arandora Star, questo è il compito che la storia ci affida. E come ebbe a dire - e chiudo, Presidente - uno dei sopravvissuti a questa immane tragedia, a volte ci vuole più coraggio a morire che a salvarsi. E per tutte queste ragioni, dichiaro il voto favorevole del gruppo del Partito Democratico.